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 Christian De Sica, Figlio d’arte o figlio di papà?

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Giorgino

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MessaggioTitolo: Christian De Sica, Figlio d’arte o figlio di papà?   Lun Apr 20, 2009 2:26 pm







Con tono sicuro e autoritario, diceva papà, puoi dire qualsiasi stronzata. La gente non se ne accorge.

Vittorio De Sica è senza dubbio tra i più importanti e brillanti registi italiani e internazionali. Viene da chiedersi come sia stato per i suoi due figli Christian e Manuel crescere nell’ombra di un personaggio così singolare, così celebre e amato, ma anche spesso criticato, non solo per la scarsa qualità di alcuni suoi ultimi film, ma anche per i vizi a cui era soggetto nella vita privata. Christian, divenuto celebre attore e regista, si è cimentato di recente nella stesura di un’autobiografia intitolata Figlio di papà (Mondatori 2008) nella quale rivive sia con ironia che con un po’ di amarezza anche gran parte dei ricordi di Vittorio de Sica e del modo in cui si relazionò a lui e lo ispirò a molte delle sue scelte professionali e personali.

Nonostante gli innumerevoli vantaggi ottenuti per il solo fatto di essere figlio di Vittorio De Sica, Christian nell'autobiografia assicura che il percorso non è sempre stato troppo facile. Le critiche ricevute sono state numerose, anche perché, essendo figlio d'arte, la critica si è sempre aspettata molto da lui ed è sempre stata pronta a puntargli contro il dito quando non lo riteneva all'altezza del suo ruolo. Christian racconta che il primo giorno di scuola al liceo Nazareno sentiva i mormorii dei compagni “è il figlio di De Sica” “ è ripetente “è pure grasso” “e poi c’ha quel naso da stronzo”. Alla fine divenne amico di un certo Carlo Verdone...
Quando lavorò a teatro con Maurizio Costanzo, autore di più spettacoli, gli suggerì di fare “lo stronzo figlio di papà”. Questa strategia gli giovò. Certo, il nome che portava fu un vantaggio, ma, dal punto di vista economico, Christian, specialmente dopo la morte del padre, non aveva un soldo e dovette crearsi un personaggio. Venne accettato e ispirato dal mondo che frequentava grazie al suo nome. Come afferma nel libro, non aveva una lira in tasca, ma entrava dappertutto perché era il figlio di De Sica e il fidanzato di Isabella Rossellini. Frequentò sempre volentieri gli ambienti da figli di papà: il glamour, le esagerazioni, le feste elitarie, a differenza del fratello Manuel.

Per bisogno, per mantenere le famiglie e per poter giocare, Vittorio De Sica aveva cominciato a fare film di bassa qualità, commerciali. La febbre del gioco divenne sempre meno gestibile. “Lui giocava sempre tutto, pure le paghe dei colleghi, faceva debiti, per lui era adrenalina.” La moglie, l'attrice spagnola Maria Mercader, dopo aver tentato di fermarlo, si mise a giocare con lui, pensando di poterlo controllare, ma non ci riuscì. Christian ricorda un episodio abbastanza illuminante circa i livelli di dipendenza a cui purtroppo era arrivato il regista: “Sono venuti a prenderlo che aveva le tasche fuori dai pantaloni” senza un soldo, perché si era giocato tutto e non poteva più pagarsi il biglietto per tornare a casa.
Si giocò perfino il viatico, le mille lire consegnategli dal padre di Eugenio Scalfari, direttore del casinò, per il treno per Roma.
Le ultime parole che Vittorio De Sica disse a Christian furono “Mi raccomando. Quanto mi dispiace che siate così giovani tu e Manuel. Stai vicino a mamma, Christian, e soprattutto guarda che bel culo che ha quell’infermiera.” La sua simpatia, il suo senso dell’umorismo, non lo abbandonarono mai e contribuirono non solo alla realizzazione di film esemplari e indimenticabili, ma anche a sollecitare l’ammirazione e l’affetto che l’Italia non può che avere per un tale caposaldo del nostro cinema .
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